A maggio di quell’anno, nella pre-estate della mia estate, che è un po’ come i pre-diciottesimi – carichi di solennità e foto in posa – è accaduta una cosa straordinaria.
A tutti sarà capitato di innamorarsi, e anche a me: circa due volte nella vita reale, e milioni di volte per finta. A tutti è successo di cadere in amore; a me solo di inciampare e schiantarmi ogni giorno di più, nello specifico contro uno dieci anni più piccolo di me. Un grande affare, se si pensa a quante storie analoghe e di successo ci siano. Un clamoroso flop, nel mio caso. Un uomo di vent’anni è più attraente di uno di cinquanta, più inabile di uno di trenta, e meno sveglio di uno di quaranta, più pericoloso di tutti gli uomini di tutte le età. Tra tutte le cose spericolate e dolorose che potessero capitarmi, non poteva mancare lo svarione per il ventenne fresco di immatricolazione, marcio di traumi, e ignaro del fatto che il peggio doveva ancora venire. A tutti è successo di innamorarsi di un coglione; a pochi sarà capitato di farsi fregare da uno che fino a ieri sceglieva le figurine di Yu Gi-Oh, faceva le puzzette con le ascelle, si metteva le dita nel naso, e poi in bocca.
I vantaggi di frequentare una persona più giovane sono tanti, e non poche sono le conseguenze. Con lui ho avuto una brillante idea, una di quelle che nella vita non devi farti mai mancare: ho esposto la mia persona. Non mi bastava il sesso ovunque, i pomeriggi nella sua cameretta anni ’70, e quei “scendi, sono sotto” a qualsiasi ora del giorno e della notte. No, io dovevo necessariamente andare oltre e vivere esperienze sempre più pericolose.
Tra i prodigi che dovrei trascrivere sul curriculum, rientra sicuramente l’arte del travestimento: una sera mi aveva chiesto di aiutarlo a trovare un costume adatto a una festa a tema cinema anni ’90, alla quale avrebbe partecipato. Rigorosamente senza di me.
Lo aiuto a travestirsi con i miei vestiti. Un tuffo nel mio armadio e subito diventa Buffalo Bill, il mio sogno erotico tratto da “Il Silenzio degli innocenti”. Chiunque abbia uno spiccato senso dell’eros ricorda la danza di Bill di fronte alla telecamera sulle note di “Goodbye Horses”. Bill volteggia nudo, esile come una ballerina, scompigliato nella sua acconciatura alla Janis Joplin. Indossa solo un rossetto, un ombretto, una collana e un kimono a fantasia. In un attimo di eccitazione, e senza neanche pensarci, gli fornisco tutto il necessario per il costume. Ossia nulla. Per ovviare alla nudità richiesta dalla mia geniale idea, gli suggerisco di indossare la mia collana preferita, il kimono, una mia pelliccia, e una mutandina in pizzo color carne. Era bellissimo, e mi compiacevo di avergli suggerito un personaggio che sembrava essergli dipinto addosso. La sera mi manda una serie di foto su WhatsApp: lui da solo davanti allo specchio, lui in terrazza con una sigaretta, lui con una.
Tutto nella norma, fin quando non ricevo un messaggio che avrei dovuto aspettarmi. Una minima spia di allarme mi sarebbe dovuta balenare in testa: che travestendo un ragazzo con il nulla avrei scatenato delle reazioni. Allarme a cui non ho dato nessun tipo di conto. Il messaggio diceva più o meno questo: “Non mi ha ancora stuprato nessuno, però una tipa mi ha fatto un pompino ma io non sono nemmeno venuto”. Come se l’ultima precisazione mi avesse dovuto consolare.
Avrei potuto prevederlo? Sì, ma non potevo mica essere così intelligente. Non è una roba da donne avventurose. Le donne avventurose non riescono a pensare che qualcuno faccia loro del male, dopo tutto il bene che stanno regalando al mondo. E infatti quel bene è diventato un pompino sulle mie mutande. Se a tutti è capitato di farsi tradire da un pompino, a me è toccato che a quel pompino partecipassi anche io, con le mie mutande di mezzo, addosso al ragazzino che avevo ingenuamente travestito.
Questo è il prezzo da pagare per essere una donna avventurosa, una che galoppa verso il fuoco e tira frecce d’amore contro tutto ciò che chiede di essere riempito dalla sua natura spericolata. Leggendo quel messaggio mi sono sentita un’idiota, anche se quella sera avevo i capelli meno crespi del solito e una linea di eyeliner spaziale. Ho fatto un balzo dal letto e ho risposto “Ok, almeno porta tutti i miei bellissimi vestiti in lavanderia, notte principessa”. Ho fumato un’altra sigaretta e sono andata a dormire con un senso di rabbia sordo e inquietante, fiera della mia reazione che a casa mia è riassumibile in “ghiaccio nelle sacchette”.
Riconoscere di essere in preda a sentimenti – e non più sensazioni – è una delle cose più difficili che possano capitare. È come diventare facili prede da bracconaggio, che una volta mutilate e private dei loro pezzi pregiati, vengono vendute all’asta di Sotheby’s; nel mio caso al mercato di Ballarò. Ho dovuto fare una certa resistenza legale a me stessa per non reagire spontaneamente a quel che era successo, perché i sentimenti sono banditi, chi li possiede è tendenzialmente un coglione. Riconoscere di essere gelosi è segno di debolezza, chiedere esclusività equivale a scegliere gli inviti del matrimonio, e incazzarsi è la prova lampante di essere ancora una volta tossici.
Non resta che ingoiare. Forse questo non dovrei pensarlo nel contesto del pompino sulle mie mutande, però non resta che accettarlo. Estraniarsi all’inverosimile dal pizzo delle mie mutande, come se quel pompino non mi riguardasse, come se quella complicità non fosse anche opera mia, come se fosse quasi scontato farsi succhiare l’uccello con le mutande di un’altra addosso.
Finora, tra catechismo, giri infiniti su TikTok e master universitari, ho immagazzinato un sacco di informazioni. Ma forse, banalmente, avrei voluto sapere che i pompini non solo si possono ricevere se sei una donna cis, ma anche se non ci sei.