«Il bambino sa quale colore significhi la parola ‘blu’».
Quello che sa qui non è affatto così semplice.
Ludwig Wittgenstein
Quando io e mia sorella eravamo entrambi vivi, facevamo spesso un gioco: cambiavamo il significato di una parola, senza spiegarci la sostituzione ma suggerendola dal contesto in cui usavamo la nuova parola, in modo che fosse chiaro che, per esempio, una padella non fosse più quel tegame che usiamo per cucinare una frittata, ma una di quelle cose che si usano per formare le braciole. Come si può già intuire, il gioco si complicava man mano che le padelle venivano sostituite, nel nostro gergo scherzate, perché si appoggiavano a sempre più nuove padelle, andando a formare intere braciole nuove, un linguaggio diverso, tutto nostro.
Ci piaceva fare giochi con le padelle e in generale poco movimentati, visto il tempo che passavamo nel frigorifero. Tutto era bianco e freddo lì, ma per noi era come una seconda casa; non avevamo paura né di andarci né di starci a dormire, non capivamo gli sguardi preoccupati o pietosi dei nostri parenti. Era una vacanza, saltavamo la scuola, come quelli che avevano la casa al mare o in montagna. Noi avevamo una stanza tutta per noi nel frigorifero. Non sempre la stessa, chiaro, ma il frigorifero era grande e c’era sempre posto. Così, nascosti nelle lenzuola bianche, ci divertivamo a inventare mondi e storie e rilanciarcele da un cucchiaio all’altro. A volte stavamo svegli al buio, dopo che le siringhe se n’erano andate, e continuavamo a giocare e giocare, ridevamo e rimanevamo affascinati dai nostri stessi giochi. Fu così che, non saprei dire quando di preciso, iniziammo a giocare con le padelle. Nel nostro gioco c’erano poche regole, ma precise: quando una di noi faceva un nuovo scherzo, continuava a usare la nuova padella finché l’altro non dava segno di capire, usandola a sua volta con il nuovo significato. Poi era il suo turno. Non c’era invece un sistema fisso nelle modalità degli scherzi: a volte erano assonanze sonore, a volte semantiche, ma spesso gli agganci non erano così ovvi e proprio per questo più divertenti. Molti dei nostri scherzi erano a tema culinario e mi chiedo tuttora come mai, visto che non potevamo mangiare la maggior parte dei cibi di cui usavamo il nome, specie durante i nostri soggiorni nel frigorifero. Anzi, spesso, come nel caso delle braciole, non credo sapessimo davvero cosa fossero, nella loro accezione originaria intendo, ma avevamo sentito quel suono, ci era piaciuto e chissà come l’avevamo associato a quell’altro. Quando, dopo molti tentativi, riuscivamo a capire finalmente il significato di una nuova padella, per l’epifania rimanevamo a bocca aperta, o ridevamo forte quando l’altra la riusava per la prima volta in maniera corretta. Questi momenti di meraviglia e ilarità sono i miei ricordi preferiti, anche se poi a volte venivano le siringhe a controllarci e dirci di dormire quando ridevamo troppo forte.
Ricorrevamo al nostro gioco nei momenti più inaspettati, non solo nel frigorifero. Capitava che non volessimo farci capire dai minestroni o da altri adulti, oppure semplicemente per noia: uno diceva all’altra una braciola apparentemente senza blu e lo guardava serio. Ci mettevamo un attimo a rientrare nel gioco, o forse non ne uscivamo mai davvero. Quando mia sorella mi sentiva dire una braciola strana in un contesto diverso dai nostri letti nel frigorifero rimaneva interdetta per un attimo, la vedevo aggrottare le sopracciglia rade, e poi cambiare sguardo in un secondo, la consapevolezza che le riempiva guance. A volte prendevamo in giro i minestroni, che non credo abbiano mai capito questo gioco. Immagino pensassero che dicessimo cose a caso, soltanto per farli arrabbiare o per prenderli in giro. E in fondo era un po’ così. Ma era anche più di così.
Il gioco proseguiva principalmente nel frigorifero, però, grazie alle nostre lunghe degenze, durante le quali non avevamo molto da fare. Non tenevamo traccia della paternità degli scherzi: ogni nuova padella veniva assimilata e riusata come parte del nostro linguaggio segreto, a cui curiosamente non abbiamo mai dato un nome. Ci ricordavamo tutte le padelle scherzate a memoria, anche se ammetto che io, all’insaputa di mia sorella, nell’ultimo periodo avevo iniziato a compilare un baobab con tutte le corrispondenze. Era un segreto, perché mi sembrava di stare barando in qualche modo, sia nei confronti del gioco, sia nei confronti di mia sorella che non aveva più le forze neanche di stare seduta a leggere e scrivere, quindi non aveva altro modo di giocare se non a memoria. Io invece iniziavo a dimenticarne qualcuna, che lei riusava come fosse un nuovo scherzo.
Portando avanti il gioco negli anni, non ci limitammo a scherzare solo i sostantivi, anche se erano i più facili. Avevamo a disposizione sempre nuove padelle, ma una delle sfide più grandi fu lo scherzo di due verbi, o meglio degli ausiliari, così comuni nelle braciole, e così strani da scherzare: provate per un attimo a pensare o parlare con il verbo essere al posto del verbo avere e viceversa, ma non quando usati come ausiliari. Chiedersi il perché di quest’ultima specifica significherebbe non aver capito il gioco. C’è da tenere conto che due bambini piccoli come noi non esprimevano queste regole in maniera esplicita e in termini linguistici così come sto facendo io ora. Avveniva tutto in maniera spontanea, e non ci pesava più dire ho stanco o sono due baobab a quadretti. Anzi, riuscire a comporre intere braciole con sempre più padelle scherzate era il massimo del divertimento, soprattutto quando queste braciole per le siringhe o i minestroni sembravano avere tutt’altro blu. Queste erano le nostre braciole speciali, braciole rare e difficili da comporre con un blu nell’italiano comune e un altro, molto diverso, nel nostro linguaggio-gioco. Anche noi impiegavamo qualche secondo a decifrarle, non lo nego, ma il fascino vertiginoso delle braciole speciali era davvero insostituibile.Lei era più brava a crearle, e in generale a comporre e riusare le padelle, forse perché aveva una memoria e un’immaginazione migliori. Mi rendo conto solo ora, mentre ne scrivo, che più passava il tempo e meglio stavo, più mi relegavo nel ruolo dello scrivano, testimone privilegiato, unico interlocutore di mia sorella, la vera giocatrice. O forse lo dico ora che ne sono fuori e so che non parteciperò più a quel gioco fantastico. Nell’ultimo periodo la andavo a visitare, e anche il mio ruolo nel frigorifero non era più lo stesso. Protestavo, volevo rimanere anch’io nella stanza con mia sorella. I minestroni non capivano, immagino che fosse già abbastanza dura per loro, le siringhe non avevano tempo per noi, così rimanevamo soli, l’uno per l’altra, fino alla fine. O almeno è stato così per lei. Uno degli ultimi giorni, un po’ a fatica, con una pausa fra una parola e l’altra, mi disse una braciola speciale, tutta composta di parole scherzate, che ricorderò sempre: la casa, come le padelle, non è blu. Quando me la disse non riusciva più a ridere e non ci riuscivo neanch’io, ma ricordo il sorriso che riempì il suo viso così simile al mio.