Stanza ventinove

La porta asettica sembrava quella di un ospedale, le pareti bianche sapevano di urina e disinfettante. Soltanto i mobili vecchi e scuri, dalle linee arrotondate, parevano richiamare un qualche tipo di vita quotidiana, senza riuscirci. La ragazza alla reception mi conosceva, non alzò lo sguardo dai fogli, o dal cellulare, o da qualunque cosa nascondesse dietro al bancone grigio. Incrociai delle infermiere, una mi fece un cenno col capo, le altre mi evitarono. Erano tutte indaffarate. Nel corridoio era appeso un quadro astratto rassicurante, dalle tinte pastello. Quando entrai nella stanza ventinove neanche mia madre si voltò per salutarmi.

Era seduta sul letto nella sua camicia da notte, le coperte fino alla vita. Il suo corpicino scompariva fra le pieghe di quei tessuti abbondanti, come ammucchiati sul nulla. Guardava davanti a sé, la televisione accesa su canale cinque senza volume, un uomo dall’aspetto viscido indicava qualcosa fuori campo. Lei sembrava non accorgersi dello schermo luminoso, le mani macchiate in grembo, i capelli più grigi e radi di come me li ricordassi dall’ultima visita, la settimana precedente.

Certi giorni non mi parlava, a volte ripeteva solo “aiuto”, ma di solito riuscivamo a fingere una conversazione, quel tanto che bastava per farmi tornare a trovarla con regolarità.

“Ciao mamma.”
Le toccai una mano, iniziavo sempre io a parlare. Lei ricambiò la stretta, debole.

“Fai sempre tardi.”

Sorrisi. Per tutta la vita non aveva fatto altro che rimproverarmi e desiderare per me un posto nella società, quella società che le aveva dato così tanto, benché se ne lamentasse di continuo. Solo ora capivo che era il suo modo di apprezzare le cose.

“Dovevo lavorare, ho una collega nuova, sai.”

Le raccontavo del lavoro per anticipare le sue domande. Era contenta quando le dicevo che ne avevo uno, ma poi voleva sapere i dettagli, lo stipendio, il ti effe erre, l’assicurazione sanitaria, i benefit aziendali; mostrava una lucidità crudele.

“Ho dovuto insegnarle un po’ le dinamiche aziendali, le priorità, cosa dire quando chiamano.”

“Dove sei stato?”

“Al lavoro, riunione aziendale. Una collega nuova.”

“Non vieni mai a trovarmi.”

“Vengo tutti i lunedì e giovedì.”

Silenzio.

“Anche più spesso” mi affrettai ad aggiungere, ma solo per me, perché lei non sapeva quando fosse lunedì o giovedì, non sapeva che giorno o che mese fosse, anche gli anni erano al di là dalla sua portata, ormai. Fuori dalla finestra gli uccellini cinguettavano sui mandorli in fiore, anche se era inizio febbraio.

“Hai lasciato l’auto fuori. Così si rovina.”
“Dopo la metto dentro.”

Ricadevamo spesso in schemi di rimproveri e scuse recitati per tutta la vita.

“Ci cagano sopra gli uccelli. Rovinano tutta la carrozzeria.”

“La metto dentro, promesso.”

“Guardiamo le foto.”

Mia madre dava ordini, non faceva domande, ma la preferivo così rispetto ai momenti di crisi durante i quali anche la sua personalità residua implodeva e rimaneva solo una voce spaventata che chiedeva aiuto. La prima volta che era successo avevo pianto per due ore, poi mi avevano spiegato che era normale.

“Avevo chiesto a tuo padre di ripararlo, ma non ha mai il tempo.”

“Cosa avevi chiesto di riparare?”

“Guardiamo le foto.”

Senza lasciarle la mano, mi chinai a prendere uno dei tre album dal comodino. Mi avevano detto che farglieli vedere l’avrebbe aiutata a rafforzare i ricordi. Li aprivo a caso sulle sue ginocchia quando me lo chiedeva, sfogliavo le pagine.

“Guarda.”

“Sì” annuii senza capire, seguivo il suo sguardo sulla carta lucida, un po’ ingiallita.

“Guarda com’eri bello.”
Non sapevo se avesse scambiato quello nella foto per me o quello sulla sedia per mio padre. Un’infermiera ucraina entrò e mi dette un’occhiata sospettosa, poi controllò la vecchia nell’altro letto. Non l’avevo mai vista muoversi né interagire con mia madre.

“Mi rubano tutto. Sono sempre stanca.”

“Non è vero, dai” aggiunsi, guardando con la coda dell’occhio l’infermiera, ma lei non si voltò neanche, probabilmente erano abituate alle accuse degli anziani ricoverati nella struttura.

“Ti ricordi le vacanze in Grecia? Era prima della crisi.”

“Hai trovato un lavoro?”

“Sì, mamma. Ti dicevo prima, ho fatto tardi. Questa volta va bene, sono sei mesi ormai.”

Mi aggrappavo ai pochi scambi coerenti che riuscivamo a portare avanti, anche quando si ripetevano a distanza di pochi minuti.

“A Cipro si stava bene. Tuo padre andava sempre in bici.”

“Cipro ti piaceva molto, vero?”
“Le spiagge erano belle. Ma faceva troppo caldo.”

“Ci siete andati tante volte, ti doveva piacere.”

“Tuo padre andava sempre via.”
Cercai l’album con le foto delle vacanze. Ne cercai una di Cipro e gliela indicai.

“Guarda, che bella” ma non sapevo neanch’io a cosa mi riferissi.

“Quella è Gran Canaria.”

Mi accorsi, con un certo disappunto, che aveva ragione. Ignorai il mio risentimento e il conseguente disprezzo verso me stesso per quel risentimento, e cercai di mantenere viva la conversazione. “Anche quella ti piaceva, no? Con quella spiaggia lunghissima. Mi raccontavi che ti sembrava il deserto dei film western.”

“Strappale. Buttale.”
Ogni tanto, senza preavviso, le prendevano dei momenti di astio per le foto, non avevo ancora capito perché. Mi limitavo a chiudere gli album, senza neanche rimetterli nel comodino, sapevo che me li avrebbe richiesti nel giro di pochi minuti.

Si voltò verso la finestra, prima di tornare a rivolgermi la parola.
“Hai trovato un lavoro?”

Mi chinai per osservare il giardino dalla sua prospettiva.

“Lo vedi il mandorlo fiorito? Vedi che bei fiori bianchi?”

“Il dentista aumenta sempre i prezzi.”

“Non ti preoccupare, ce lo possiamo ancora permettere.”
Mi resi conto di imitarla in alcune sue frasi, e non solo per farle piacere.

“Si è fatto la casa nuova. E anche la macchina. Con i nostri soldi.”

“Cos’hai mangiato oggi a pranzo?”

“Qui fa tutto schifo. Portami via.”

Le richieste che non riuscivo a soddisfare erano quelle che mi facevano più male.

“Se vuoi possiamo andare in giardino” le proposi, ma era una finta, perché sapevo che non si sarebbe alzata dal letto. Non le piaceva essere spinta sulla sedia a rotelle, soprattutto da me.

“I piccioni portano le malattie, vatti a lavare le mani.”

“Me le sono lavate prima di entrare.”

“Tuo padre andava sempre in bici.”
“Anche a te piaceva andare in bicicletta.”

“Mi fa male la schiena.”
“Dove?” chiesi, anche se sapevo di non potermi fidare neanche quando sosteneva di provare dolore, o almeno così mi avevano detto.

Mi sporsi sulla sedia, cercando di aiutarla a trovare una posizione più comoda, senza lasciarle la mano, ma riuscii soltanto a far cadere un album di fotografie. La copertina di plastica colpì il pavimento con un rumore asciutto e dalle pagine uscì una foto, come soffiata via dal raccoglitore. Mia madre si voltò verso di me, anche se lo sguardo andava oltre. Le rughe si concentravano attorno alla bocca, inciprignita, e agli occhi leggermente più aperti del normale, come se fossero stupiti da quello che vedevano. Mi accorsi di non ricordare il volto di mia madre da giovane.

“Non combini mai niente di buono.

“Faccio del mio meglio” risposi, anche se non era vero.

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